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PRESENTAZIONE LIBRO "IO, IPPOCRATE DI KOS"
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PRESENTAZIONE LIBRO
Sala Conferenze dell’Ordine dei Medici di Roma
in Via A. Bosio, 19 (angolo Via G.B. De Rossi)
Martedì 9 dicembre 2008 alle ore 18
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Ippocrate ha attraversato quasi duemilacinquecento anni: di lui, il progenitore della medicina,
l’ispiratore dell’etica e del metodo medici, si è impadronito il mito, si è cibata la storia.
Più è noto, fra gli studenti di medicina e fra gli studiosi del mondo classico, meno è studiato e tradotto.
La casa editrice Laterza ha riservato, quindi, ai dotti e ai curiosi un dono davvero gradito presentando, in piacevole
veste bibliografica, “Io, Ippocrate di Kos”, uno snello e appassionante lavoro a quattro mani di un medico di quelli bravi,
Massimo Fioranelli, e di un giornalista attento e facondo, Pietro Zullino.
E’ Ippocrate in persona, oramai novantenne, a raccontare le tappe più significative della sua vita e del suo pensiero. Senza cedere
mai al nozionismo, senza far mai inutile sfoggio di erudizione, l’antico medico ( o meglio,i due intellettuali che gli danno voce
ed anima) rivive la sua esperienza ateniese, gli orrori della guerra del Peloponneso, l’amicizia indissolubile con Democrito
e Tucidide, la lunga ricerca e il continuo differimento della morte.
Come Ippocrate aveva teorizzato che, per diagnosticare e curare un male, bisogna considerare la situazione generale di un
corpo, al di là e al di sopra di ogni specializzazione, così Fioranelli e Zullino, per spiegarne la figura e il mito, ambientano,
con tratti icastici e arguti, la biografia nello sfacelo del mondo greco, pressato fra l’ambizione spartana, la corruzione ateniese
e lo strapotere persiano.
Eppure, la storia greca resta sullo sfondo: anche per i profani della medicina, ciò che del libro avvince
sono la passione assoluta per la medicina, le curiosità, le diagnosi, i turbamenti deontologici, ancora attualissimi,
fra cui si agita l’agile mente di Ippocrate.
L’anomala ricetta di questo libro, che somma e dosa in proporzioni magnifiche attenzione per la
storia e curiosità mediche, condendo il tutto con uno stile snello e un lessico accattivante, porta
a pagine mirabili, come quella in cui, a Delfi, Ippocrate, sulla base dell’osservazione, diagnostica
ai grandi che popolano il banchetto (Lisandro e Archelao) e alle anonime comparse che popolano il gran romanzo
della vita le malattie di cui moriranno.
Indimenticabile la difesa di Ippocrate nel processo a lui imbastito per mire occulte, ancor più
il sorprendente capitolo finale: insomma, non c’è pagina che non regali conoscenza, brividi ed emozioni.
di Benedetta Colella
link recensione
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HOMO FABER
Che sia un lavoro ossessivo come forgiare pesciolini d'oro e poi fonderli come faceva Aureliano Buendìa in Cent'anni di solitudine.
Che sia la ricerca maniacale della "qualità" che può portare alla pazzia come avvenne al protagonista di Lo zen e l'arte della manutenzione
della motocicletta. Che sia la rara e nobile vocazione a condividere la propria conoscenza con gli altri anche a costo di mettersi contro
le forze reazionarie e di inerzia che sono maggioranza nella storia umana come capita al protagonista di Il più grande uomo scimmia
del Pleistocene. Che sia una o tutte o altre di queste cose, l'artigiano, l'homo faber, l'uomo che lavora le cose, siamo noi.
L'uomo ha nella sua costellazione interiore il modello dell'arte del fare. Siamo animali che imparano attraverso le cose che
fanno, conoscono il mondo trasformandolo e, spesso, rompendolo.
Il saggio di Richard Sennett, L'uomo artigiano (tr. it. A. Bottini, Feltrinelli, 25 euro) di questo parla. In tempi in cui non si
trova quasi più soddisfazione nel lavoro perché è stato svuotato della sua dignità, in cui chi produce e chi consuma è stato indotto
ad accontentarsi o a considerare qualità ciò che è solo marketing, in cui la grande distribuzione e le grandi catene hanno
imposto il modello di consumo, ecco che si rifà viva la filosofia e cerca di darci una mano. Sennett è un pragmatista
della scuola che va da Dewey a Rorty, quelli che pensavano che il destino dell'uomo, come la sua anima, la sua
intelligenza e la sua morale sono vuoti e si riempiono attraverso l'esperienza. E l'esperienza del lavoro
artigiano, in qualsiasi campo (gli esempi nel libro vanno dagli Stradivari, al progetto Manhattan al sistema
operativo Linux al modello industriale giapponese), in qualsiasi forma, in qualsiasi lavoro, è la traccia che l'uomo segue per riempire se stesso e la sua storia.
LA CURA
"Così va il mondo, carissimi allievi. Siamo insofferenti della verità e portiamo invece furioso amore a miti, leggende e altri veleni.
Forse perché giustificano la prepotenza e la violenza di cui siamo intrisi, e aiutano la belva umana a scatenarsi". Parole che la voce
narrante, uomo libero, uomo di pensiero, pronuncia in uno dei tanti momenti di sconforto di fronte alla follia dei suoi simili. Il libro
si intitola Io, Ippocrate di Kos (Laterza, 19 auro). Lo hanno scritto Massimo Fioranelli, medico e docente di storia della medicina,
e Pietro Zullino, autore di libri praticamente introvabili o perché finiti fuori catalogo o perché l'autore ha scelto di non farli
trovare. Questo è sfuggito al buio, meglio non farselo scappare. E' il racconto della vita di Ippocrate, padre della medicina moderna,
amico di Tucidide e Democrito, costretto al confino dagli Spartani che hanno schiacciato la democrazia ateniese e stretto un patto
con i Persiani per soffocare la più grande rivoluzione del pensiero che l'Occidente abbia compiuto, quello della ragione, della filosofia,
delle sorti dell'uomo affidate a nient'altro che alla conoscenza delle leggi del mondo e di se stessi. Ippocrate è l'uomo che si batte
contro la superstizione e i sacerdoti che si vendono ai migliori offerenti, contro il potere che vorrebbe tutti schiavi,
contro i traditori della ricerca e dei loro simili, contro chi vede solo la malattia ma non il malato, contro
Platone che ha tradito Socrate, contro lo Stato che ha assassinato Euripide. E' la fatica degli uomini liberi
che amano gli altri uomini nonostante li conoscano così bene.
IL PANE E L'UOMO
Quando a Mantova al Festival della letteratura tenne un incontro pubblico, Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose,
scelse di parlare del pane, frutto della terra e del lavoro dell'uomo. Natura e cultura. Parlò della forma del pane di una volta,
grande e che durava giorni e che si tagliava quando tutti erano a tavola e si condivideva. Non come i micropanini di oggi, fatti
per vite solitarie e sole. Quelle riflessioni sono anche nel suo libro Il pane di ieri (Einaudi, 16,50 euro). Il pane, il vino delle
terre in cui è nato, i padri duri e severi della sua infanzia, i modi di dire che ha la gente del Monferrato e del Piemonte in genere
per descrivere il mondo, la centralità assoluta del lavoro e il tempo che passa, le acciughe venute da lontano e finite nella bagna
cauda. E la fede, certo, Bianchi è uomo di fede e di conoscenza delle scritture. Che ovviamente lo accompagnano e lo aiutano a rispondere
alla grande domanda di questo libro: aver svolto o meno il suo compito, se tutto quello che ormai è divenuto ricordo sia servito
per vivere una vita piena. Se il pane di ieri sia buono domani, come dice un proverbio delle sue parti. Se si possa imparare
a vivere e a morire dicendo semplicemente "l'è ura d'andé", è ora di andare, lasciandosi dietro la gioia e i dolori.
11 dicembre 2008
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