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Per visualizzare il video una volta aperto il portale di Marconi Channel, cliccare su Scienza & Tecnologia quindi selezioanre il video dalla playlist.
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Il Progetto Health Phone ® ha lo scopo di tutelare la salute
del cittadino, mediante un sistema di georeferenziazione ed un cardiofrequenzimetro,
il Sistema Health Phone ® è in grado di effettuare chiamate immediate di pronto
soccorso al 118, e di inviare dati alle persone più prossime con indicazioni
di pronto intervento.
continua ...
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Il Progetto Universal Guide ® propone la realizzazione
di una guida universale da implementare su sistemi smart-phone
o palmari. Attraverso l’integrazione di più sistemi di georeferenziazione,
interna (RFID, Wi-Fi) ed esterna (GPS, Wi-Fi), la Universal Guide ®
sarà in grado di guidare l’utente, anche non normodotato,
attraverso il rispetto dei principi sull’accessibilità,
all’interno di un museo, di un edificio pubblico, di un ospedale.
continua ...
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GRAZIE
ALLA TC CORONARICA,
IL CUORE “PARLA”
Dopo 30 anni l’era della coronarografia sembra avviarsi alla sua conclusione.
E si allontana anche l’incubo delle radiazioni. Adesso c’è una tecnica, TC coronarica,
disponibile anche a Roma, non invasiva, finalmente non rischiosa, molto più affidabile,
in grado di scoprire quello che fino ad oggi la coronarografia non riusciva a “vedere”.
continua ...
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RAI - Storie di salute
Nel talk-show condotto da Luana Ravegnini si parlerà di "malattie cardiovascolari"
con il Professor Fioranelli ma anche di "sovrappeso e diete"
con il Professor Ticca.
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RAI - 19 gennaio 2009
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FUMO E INFARTO |
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Fumare di meno fa bene al cuore: da quando è in vigore la legge antifumo in Italia sono diminuiti anche gli infarti.
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Tg1 - 13 febbraio 2008
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NUOVE FRONTIERE
DELLA MEDICINA |
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Alcuni ricercatori americani hanno messo a punto una tecnica di rigenerazione dei tessuti del cuore attraverso le staminali. |
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Tg1 - 14 gennaio 2008
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NOVITA' PER IL CUORE |
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Ricercatori britannici hanno scoperto farmaci capaci di limitare i danni provocati dall'infarto o dall'ipertensione al cuore degli anziani.
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Tg1 - 5 settembre 2006
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SIMPOSIO
LightLab Imaging Inc. Sponsor Endotech spa
OCT in Clinical Practice : When to use it, how to use it
Chair: G. Guagliumi, A. Colombo
Discussant:
R. Garbo, G. Ferrante, F. Saia,
A. La Manna, M. Fioranelli, U. Limbruno
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X° Congresso Regionale
A.R.C.A. Lazio
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Presso Centro Congressi
Holiday Inn Rome West
Roma, 1 - 2 Ottobre 2010
Presidente Congresso: Orazio Bonaccorso
Segreteria Organizzativa

Via Nizza 45 - 00198 Roma
Tel: 06 85355590
Fax: 06 85356060
maura.stella@ptsroma.it
www.ptsroma.it
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Coloro che volessero inviare contributi, suggerimenti, articoli, immagini filmati attinenti
al contenuto del sito possono inviarli al seguente indirizzo: massimo.fioranelli@fastwebnet.it.
Se ritenuti idonei, verranno pubblicati a nome dell’autore. Verranno presi in considerazione solo
materiali completi di referenze bibliografiche.
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 05/08/2010 Farmaci e estate, le precauzioni da osservare: il decalogo AIFA
Farmaci e estate DECALOGO
(a cura dell’Ufficio stampa, dell’Ufficio di Farmacovigilanza e dell’Ufficio Qualità dei prodotti dell’Aifa)
1. Leggere attentamente le modalità di conservazione previste per il medicinale indicate nelle informazioni del prodotto. Qualora queste non fossero specificate, conservare il prodotto a temperatura inferiore ai 25° in luogo fresco ed asciutto. Nel caso non fosse possibile è bene conservarlo in frigo e, in caso di viaggi o soggiorni fuori casa, trasportarlo in un contenitore termico. Agenti atmosferici come eccessiva luce e/o sbalzi di temperatura possono deteriorare il medicinale.
2. Esporre i medicinali per un tempo esiguo (una o due giornate) a temperature superiori a 25° non ne pregiudica la qualità, ma, per un tempo più lungo, ne riduce considerevolmente la data di scadenza. Se invece la temperatura di conservazione è specificatamente indicata, non rispettarla potrebbe addirittura renderli dannosi per la salute.
3. Se si utilizzano farmaci in forma pressurizzata (spray), è consigliabile evitarne l’esposizione al sole o a temperature elevate e utilizzare contenitori termici per il trasporto.
4. In caso di terapia con farmaci a base di insulina, è bene ricordare che questi vanno conservati in frigorifero; qualora si debbano affrontare lunghi viaggi è consigliabile collocarli in una borsa termica che li mantenga alla giusta temperatura e, nel caso di viaggio aereo, trasportarli nel bagaglio a mano.
5. Evitare di inserire farmaci diversi in una sola confezione o mescolarli in uno stesso contenitore per risparmiare spazio in valigia: si potrebbero avere poi delle difficoltà a riconoscere la data di scadenza, la tipologia del medicinale e il dosaggio.
6. Evitare l’uso di contenitori (portapillole) non esplicitamente destinati al trasporto di farmaci, in quanto potrebbero facilmente surriscaldarsi o rilasciare sostanze nocive ed alterare così le caratteristiche del medicinale.
7. Alcuni farmaci possono causare reazioni da fotosensibilizzazione a seguito dell’ esposizione al sole. Controllare attentamente le istruzioni in caso di assunzione di: antibiotici (tetracicline, chinolonici), sulfamidici, contraccettivi orali (pillola), antinfiammatori non steroidei (FANS), prometazina (antistaminico).
8. Evitare l’esposizione al sole dopo l’applicazione di gel/cerotti a base di ketoprofene (fino a due settimane dopo il trattamento) o creme a base di prometazina, queste ultime spesso utilizzate per le punture di insetti o allergie cutanee; in tal caso lavare accuratamente la zona interessata, in modo da evitare la comparsa di macchie o nel peggiore dei casi, vere e proprie ustioni. Per tutti gli altri medicinali in forma di gel/crema è bene verificarne la compatibilità con l’esposizione al sole.
9. Il caldo può provocare l’abbassamento della pressione anche in soggetti ipertesi, pertanto la terapia dell’ipertensione arteriosa, ovvero pressione alta, (ACE inibitori in associazione o meno con diuretici, sartani, calcio antagonisti, diuretici, beta bloccanti, bloccanti dei recettori alfa adrenergici) e di altre malattie cardiovascolari, potrebbe richiedere un riadattamento da parte del medico/specialista nel periodo estivo.
10. Nel caso di un farmaco presente in diverse forme farmaceutiche e in assenza di specifiche controindicazioni (ad esempio la difficoltà di deglutizione), sono consigliabili le formulazioni solide rispetto a quelle liquide che, contenendo acqua, sono in genere maggiormente sensibili alle alte temperature (termolabili).
11. Intorno agli occhi, nel periodo estivo, è meglio non utilizzare prodotti che con il calore possono entrare a contatto con la superficie oculare (creme o pomate non idonee all’uso oftalmico).
12. Se si deve affrontare un lungo viaggio in auto, è consigliabile trasportare i farmaci nell’abitacolo condizionato e/o in un contenitore termico. Deve essere evitato il bagagliaio che potrebbe surriscaldarsi eccessivamente.
13. Qualora l’aspetto del medicinale che si utilizza abitualmente appaia diverso dal solito o presenti dei difetti (presenza di particelle solide in sospensione o sul fondo, cambio di colore o odore, modifica di consistenza) occorre sempre consultare operatori sanitari qualificati prima di assumerlo.
14. Nel caso di viaggi in aereo, è bene collocare i farmaci nel bagaglio a mano. In caso di flaconi liquidi di medicinali già aperti, mantenerli in posizione verticale. È consigliabile inoltre che i soggetti in terapia con farmaci salvavita portino con sé in cabina tali medicinali con le relative ricette di prescrizione, poiché potrebbe essere necessario esibirle nelle fasi di controllo.
15. Nell’eventualità di trovarsi nella necessità di spedire dei medicinali è bene preferire sempre le compresse o comunque forme solide.
 05/08/2010 NOTA AIFA NOTA INFORMATIVA IMPORTANTE
CONCORDATA CON LE AUTORITA’ REGOLATORIE EUROPEE E L’AGENZIA
ITALIANA DEL FARMACO (AIFA)
Giugno 2010
Informazioni di sicurezza sulla associazione tra Invirase® (saquinavir) e rischio aritmogeno
dovuto a prolungamento degli intervalli QT e PR.
Gentile Dottoressa/Egregio Dottore,
Con la presente Roche S.p.A., in accordo con l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e l’
Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), vuole metterLa a conoscenza del rischio di prolungamento
dell’intervallo QT associato all’utilizzo di Invirase (saquinavir) e delle conseguenti e importanti
modifiche apportate al Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto (RCP) di Invirase relative agli
aspetti di sicurezza del farmaco.
In sintesi
Si riporta all’attenzione dei Sigg. Medici quanto segue:
Invirase è controindicato in pazienti con prolungamento congenito o acquisito
dell’intervallo QT o con altre condizioni predisponenti per aritmie cardiache, compresa la
terapia concomitante con altri farmaci che possono determinare il prolungamento
dell’intervallo QT o PR.
L’associazione di Invirase con farmaci che aumentano i livelli plasmatici di saquinavir non
è indicata e dovrebbe essere evitata in tutti i casi per i quali siano disponibili alternative
terapeutiche.
La somministrazione di Invirase deve essere interrotta in caso di aritmia o prolungamento
dell’intervallo QT o PR.
Raccomandazioni:
Le dosi raccomandate di Invirase non devono essere superate poichè l’entità del prolungamento
degli intervalli QT e PR può aumentare all’aumentare delle concentrazioni plasmatiche di
saquinavir.
Deve essere presa in considerazione l’opportunità di eseguire tracciati elettrocardiografici al
basale ed in corso di follow-up (per es. in pazienti che assumono contemporaneamente farmaci
in grado di aumentare i livelli plasmatici di saquinavir).
I pazienti devono essere avvertiti del rischio aritmogeno e deve essere loro chiesto di comunicare
al proprio Medico Curante qualsiasi segno di aritmia cardiaca (per es. palpitazioni, sincope, pre-
sincope).
Per informazioni più dettagliate sulla somministrazione e l’impiego di Invirase, si prega di far
riferimento al Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto allegato.
Ulteriori informazioni sulla sicurezza
Invirase è indicato per il trattamento dei soggetti adulti con infezione da HIV-1. Invirase deve
essere somministrato esclusivamente in associazione a ritonavir e ad altri farmaci antiretrovirali.
Gli effetti delle dosi terapeutiche (1000/100 mg due volte al dì) e sovra –terapeutiche (1500/100 mg
due volte al dì) di Invirase/ritonavir sull’intervallo QT sono state valutate in uno studio a 4 vie, di crossover, in doppio cieco e controllato verso placebo e controllo attivo (moxifloxacina 400 mg),
condotto su soggetti sani di entrambi i sessi:
Nel braccio che assumeva dosi terapeutiche e sovra-terapeutiche, percentuali pari all’ 11% ed al
18% dei soggetti, rispettivamente, hanno presentato un intervallo QTcS*
compreso tra 450 e
480 msec. Nel gruppo con controllo attivo con moxifloxacina, nessuno dei soggetti ha presentato
un QTcS superiore a 450 msec. Nessun soggetto in studio ha presentato un prolungamento
dell’intervallo QT > 500 msec o torsade de pointe.
Un prolungamento dell’intervallo PR > 200 msec si è osservato nel 40% e nel 47% dei soggetti
che assumevano rispettivamente Invirase/ritonavir 1000/100 mg due volte al dì e 1500/100 mg
due volte al dì, e rispettivamente nel 3% e 5% dei soggetti nel gruppo di controllo attivo con
moxifloxacina e nel braccio con placebo.
Si sono verificati episodi di sincope/pre-sincope con una percentuale più elevata di quella attesa
e più frequentemente in corso di terapia con Invirase/ritonavir.
Comunicazione delle informazioni
Il Foglietto Illustrativo sarà modificato in modo da rispecchiare gli aggiornamenti inclusi nel
Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto .
Se ha domande o necessita di ulteriori informazioni sull’utilizzo di INVIRASE, non esiti a
contattare Roche S.p.A. (Tel.: 800312155).
Distinti Saluti,
La presente Nota Informativa viene anche pubblicata sul sito dell’AIFA
(www.agenziafarmaco.it)
*
intervallo QT studio-specifico corretto per la frequenza cardiaca sulla base di dati soggettivi individuali (risultati
sovrapponibili ottenuti anche quando sono state applicate le formule di correzione di Fredericia o Bazett)  02/08/2010 Confronto tra dabigatran e warfarin in pazienti con fibrillazione atriale
Dabigatran vs Warfarin in Patients with Atrial Fibrillation
Stuart J. Connolly, M.D., Michael D. Ezekowitz, et al. RE-LY Steering Committee and Investigators.
N Engl J Med 2009; 361: 1139-51.
Commento a cura di Antonio Raviele
Introduzione
È cognizione comune che la fibrillazione atriale (FA) si associa a un aumentato rischio tromboembolico (di oltre cinque volte maggiore rispetto ai pazienti in ritmo sinusale)[1] e che tale rischio varia in rapporto a una serie di fattori. Il rischio tromboembolico è legato essenzialmente alla perdita della contrattilità atriale con conseguente stasi ematica, in particolare in sede auricolare, che genera una serie di alterazioni a livello della cascata della coagulazione con formazione di materiale trombotico.
Al fine di stratificare il rischio tromboembolico dei pazienti con FA sono stati proposti differenti sistemi di valutazione fondati su una serie di variabili cliniche. Quello attualmente più utilizzato è il sistema a punteggio CHADS2, basato sulla presenza dei seguenti elementi: storia di scompenso cardiaco, ipertensione arteriosa, età > 75 anni, diabete mellito e storia di eventi ischemici cerebrali[2]. A ciascuno di questi fattori è assegnato un punteggio di 1, eccetto il pregresso ictus/TIA a cui viene assegnato un punteggio di 2. In assenza di terapia antitrombotica, il rischio
tromboembolico annuale varia notevolmente, nei pazienti con FA, da poco meno del 2% nei soggetti con CHADS2 score 0 a oltre il 18% nei pazienti con CHADS2 score 6[3].
Per ridurre questo rischio, nella pratica clinica sono stati utilizzati finora l’acido acetilsalicilico e gli anticoagulanti orali inibitori della vitamina K. L’acido acetilsalicilico riduce il rischio tromboembolico di circa il 20% e gli anticoagulanti orali di circa il 60%[4]. Gli anticoagulanti orali, tuttavia, comportano, rispetto all’acido acetilsalicilico, una maggiore incidenza di emorragie maggiori (1,2% circa per anno)[3]. Pertanto, in accordo con le linee guida del 2006 dell’American College of Cardiology/American Heart Association/European Society of Cardiology (ACC/AHA/ESC)[3], i pazienti con FA che non presentano fattori di rischio tromboembolico possono essere trattati con il solo acido acetilsalicilico (in quanto il rischio tromboembolico è sostanzialmente inferiore al rischio
emorragico legato all’utilizzo degli anticoagulanti orali). In presenza di un solo fattore di rischio è possibile utilizzare sia la terapia antiaggregante sia la terapia anticoagulante.
Per tutti gli altri casi, la terapia anticoagulante deve essere considerata la terapia di prima scelta.
Occorre comunque segnalare che l’efficacia degli anticoagulanti orali che agiscono inibendo la vitamina K è strettamente correlata al mantenimento del range terapeutico dell’INR (International Normalized Ratio), che deve essere compreso tra valori di 2 e 3 al fine di ottenere i massimi benefici e di ridurre al minimo i rischi[3]. Numerosi studi clinici hanno però evidenziato come questo endpoint sia estremamente difficile da raggiungere nella pratica clinica quotidiana.
Inoltre, nonostante le chiare evidenze a favore della terapia anticoagulante, nella realtà circa il 35% dei pazienti che avrebbero indicazione a questa terapia non è trattato per svariati motivi tra cui: le numerose possibili interazioni tra gli anticoagulanti e altri medicinali o alimenti, la difficoltà a eseguire regolarmente i prelievi dell’INR per adeguare il dosaggio del farmaco e il rischio emorragico[5].
Per tutte queste ragioni, risulta chiara la necessità di trovare nuovi farmaci anticoagulanti che, agendo con un meccanismo d’azione diverso dagli anticoagulanti attuali, possano garantire migliore efficacia, sicurezza e facilità di gestione.
Studio RE-LY
Nello studio RE-LY, pubblicato recentemente sul New England Journal of Medicine[6], i ricercatori hanno valutato un nuovo anticoagulante orale, dabigatran etexilate, che è un inibitore diretto della trombina. Lo studio, condotto su oltre 18.000 soggetti affetti da FA e con almeno un fattore di rischio tromboembolico, ha confrontato l’efficacia e la sicurezza di dabigatran etexilate a due diversi dosaggi (110 mg due volte al giorno e 150 mg due volte al giorno) rispetto alla terapia convenzionale con warfarin. La nuova molecola può essere somministrata per via orale e ha come vantaggio quello di non richiedere il monitoraggio dei livelli di scoagulazione. Inoltre, non coinvolgendo il citocromo P450 nel suo metabolismo, non presenta tutte le possibili interazioni con altri farmaci e alimenti, ampiamente descritte per gli anticoagulanti orali inibitori della vitamina K.
L’outcome principale dello studio RE-LY era la valutazione dell’incidenza degli eventi embolici sistemici e degli ictus di tipo sia ischemico sia emorragico. Gli autori hanno riportato un’incidenza annuale dell’endpoint primario significativamente ridotta nei pazienti trattati con dabigatran al dosaggio di 150 mg (1,11%) rispetto a dabigatran al dosaggio di 110 mg (1,53%) e a warfarin (1,69%). Inoltre, il rischio di ictus emorragico è stato significativamente minore nei pazienti trattati con dabigatran (0,12% e 0,10%, rispettivamente con 110 mg e 150 mg) rispetto a quanto osservato con l’anticoagulante tradizionale (0,38%). Infine, anche l’incidenza annuale dei sanguinamenti maggiori è risultata minore per i pazienti trattati con dabigatran (2,71% e 3,11%, rispettivamente per 110 mg e 150 mg, contro il 3,36% con warfarin).
Gli autori concludono che dabigatran al dosaggio più basso (110 mg) è efficace quanto warfarin nel prevenire gli eventi tromboembolici ed è associato a un minor rischio emorragico, mentre a dosaggio più alto (150 mg) è più efficace di warfarin nel prevenire il rischio tromboembolico, ma comporta lo stesso rischio emorragico.
Commento
Dopo una lunga attesa e l’iniziale illusione e successiva delusione sperimentate negli anni recenti con un altro inibitore diretto della trombina, ximelagatran (non immesso in commercio per la sua epatotossicità)[7], lo studio RE-LY ci regala finalmente un nuovo anticoagulante orale, altrettanto
efficace e sicuro, da poter utilizzare in alternativa a warfarin. La nuova molecola, comunque, non presenta solo vantaggi. Gli autori, infatti, hanno osservato un incremento dei disturbi gastrointestinali e una lieve differenza, anche se non significativa, nell’incidenza di infarto miocardico acuto nei soggetti trattati con l’inibitore diretto della trombina (0,72% 110 mg, 0,74% 150 mg e 0,53% warfarin)[6].
Il meccanismo con cui dabigatran aumenterebbe l’incidenza di infarto miocardico acuto non è ancora noto. Inoltre, vanno segnalate alcune interazioni di dabigatran con farmaci antiaritmici quali amiodarone*, chinidina e verapamil, con conseguente incremento sierico dei livelli del farmaco[6].
In conclusione, alla luce dei risultati dello studio RE-LY e di quanto precedentemente detto, appare ragionevole proporre, attualmente, un trattamento con dabigatran soprattutto nei pazienti in cui la terapia con warfarin risulta di difficile attuazione oppure non efficace (è sufficiente ricordare che,
nei pazienti trattati con warfarin, l’INR non è nel range terapeutico in circa il 40% dei controlli durante il follow-up)[8]. Al momento, invece, non appare giustificato un impiego più estensivo di dabigatran, che potrà essere preso in considerazione soltanto dopo aver chiarito il meccanismo e il reale impatto degli effetti collaterali non emorragici osservati nello studio RE-LY.
Bibliografia
1. Predictors of thromboembolism in atrial fibrillation: I. Clinical features of patients at risk. The Stroke Prevention in Atrial Fibrillation Investigators. Ann Intern Med 1992; 116: 1-5
2. Gage BF, Waterman AD, Shannon W, et al. Validation of clinical classification schemes for predicting stroke: results from the National Registry of Atrial Fibrillation. JAMA 2001; 285:2864-70
3. Fuster V, Rydén LE, Cannom DS, et al. ACC/AHA/ESC 2006 Guidelines for the Management of Patients with Atrial Fibrillation: a report of the ACC/AHA Task Force on Practice Guidelines and the ESC Committee for Practice Guidelines (Writing Committee to Revise the 2001 Guidelines for the Management of Patients With Atrial Fibrillation): developed in collaboration with the European Heart Rhythm Association and the Heart Rhythm Society. Circulation 2006;
114: e257-354
4. Hart RG, Pearce LA, Aguilar MI. Meta-analysis: antithrombotic therapy to prevent stroke in patients who have nonvalvular atrial fibrillation. Ann Intern Med 2007; 146: 857-67
5. Birman-Deych E, Radford MJ, Nilasena DS, Gage BF. Use and effectiveness of warfarin in Medicare beneficiaries with atrial fibrillation. Stroke 2006; 37: 1070-4
6. Connolly SJ, Ezekowitz MD, Yusuf S, et al.; RE-LY Steering Committee and Investigators. Dabigatran versus warfarin in patients with atrial fibrillation. N Engl J Med 2009; 361: 1139-51
7. Albers GW, Diener HC, Frison L, et al.; SPORTIF Executive Steering Committee for the SPORTIF V Investigators. Ximelagatran vs warfarin for stroke prevention in patients with nonvalvular atrial fibrillation: a randomized trial. JAMA 2005; 293: 690-8
8. Connolly SJ, Pogue J, Eikelboom J, et al.; ACTIVE W Investigators. Benefit of oral anticoagulant over antiplatelet therapy in atrial fibrillation depends on the quality of international normalized ratio control achieved by centers and countries as measured by time in therapeutic range. Circulation 2008; 118: 2029-37
(da http://www.fa-focusaritmie.it) 01/08/2010 Cuore e caldo Attenzione particolare alle alte temperature, soprattutto se associate ad un alto tasso di umidita’, debbono avere bambini ed anziani che sono piu’ soggetti a disidratazione, e pazienti affetti da malattie respiratorie. Il caldo aumenta la frequenza respiratoria , ed aggrava l’affanno , soprattutto se accompagnato ad un aumento dell’ozono. Questo gas che si forma per l’effetto dei raggi ultravioletti, provoca irritazioni a naso, gola e bronchi.
E’consigliabile non uscire nelle ore piu’ calde, tra le 13.00 e le 16.00, quando anche la concentrazione di ozono nell’aria e’ piu’ elevata.. In queste ore e’ consigliabile evitare sforzi eccessivi ed attivita’ fisiche all’aria aperta. L’uso dei climatizzatori deve essere moderato, evitando temperature troppo basse, non oltre i 5-6 gradi in meno delle temperatura esterna. Utili passeggiate nei parchi, pinete, docce fresche, bagni in piscina. Favorevole l’uso di ventilatori che asciugano la pelle permettendo al corpo di traspirare e disperdere calore in eccesso.
Per evitare il richio di disidratazione , bere sempre molto durante la giornata; soprattutto acqua, ma anche succhi di frutta e te’. Preferibile consumare frutta verdura ed anche integratori di sali minerali, ma senza superare le dosi consigliate. Evitare pasti troppo abbondanti che affaticano ulteriormente l’organismo. Usare con moderazione bibite gelate che possono provocare congestioni e crisi vagali; infine l’alcool e’ sconsigliato perche’ aumenta la vasodilatazione e comporta un maggior lavoro per il cuore.
 25/07/2010 Screening per aterosclerosi subclinica di soggetti asintomatici: è possibile, è rilevante, è necessario?
I seguenti sono 10 punti da ricordare circa l’argomento:
1. Il 40-60% circa degli eventi aterosclerotici occlusivi maggiori (es infarto miocardico, morte improvvisa) si verificano come prima manifestazione di malattia, essendo responsabili di più di 700000 eventi di questo genere ogni anno negli Stati Uniti.L’identificazione dei soggetti a rischio di questi eventi è ovviamente importante, se l’identificazione porta all’implementazione ed all’applicazione di misure preventive efficaci nella prevenzione del rischio.
2. Le linee guida suggeriscono di impiegare il Framingham Risk Score (FRS) come aiuto per decidere le strategie di prevenzione, ma sono limitate dalla sottostima del rischio per tutta la vita, dalla classificazione impropria dei soggetti ad elevato rischio in categorie di rischio basso ed intermedio, e dalla classificazione impropria di soggetti a rischio molto basso in strati di rischio maggiore. Un numero altamente significativo di persone a rischio basso ed intermedio hanno aterosclerosi preclinica.
3. I biomarcatori attualmente disponibili, e specificamente la proteina C reattiva ad alta sensibilità e la fosfolipasi A2 associata a lipoproteine, forniscono un valore prognostico aggiunto statisticamente significativo ma clinicamente modesto e, quini, non sono sufficientemente precisi per migliorare sensibilmente il valore discriminativo del FRS.
4. Le tecniche di imaging non invasivo possono identificare l’aterosclerosi in vari letti vascolari. Attualmente, le metodiche più estensivamente studiate sono il calcio coronarico, una misura validata della placca aterosclerotica, con tomografia computerizzata, e l’ecografia bidimensionale per determinare lo spessore mediointimale carotideo (CIMT) e le placche carotidee.
5. L’assenza di calcio coronarico (coronary calcium score [CCS]=0), mentre non esclude la presenza di placche non calcifiche, esclude virtualmente aterosclerosi coronarica significativa, ma soprattutto è associata, in una popolazione asintomatica, ad un rischio estremamente basso di eventi cardiovascolari nei successivi 5-10 anni, spaziando dallo 0,0% allo 0,6%. L’assenza di calcio non conferisce un basso rischio di malattia coronarica in soggetti sintomatici.
6. Un incremento del CIMP (sopra il 75° percentile per età, sesso e razza di un soggetto) è associato a rischio futuro di eventi cardiovascolari indipendente dai fattori di rischio, e la presenza di una placca carotidea (più grande del 50% della parete adiacente o >1,5mm) è più significativa che un semplice incremento del CIMT. CCS sembra avere un valore prognostico aggiuntivo oltre CIMT, con l’eccezione che lo CIMT è più predittivo nei confronti degli stroke.
7. Nonostante la mancanza di evidenza da studi clinici randomizzati, la totalità delle evidenze osservazionali supporta la gestione guidata dall’imaging perché:
1) rilevare le malattie sembra meglio che limitarsi a identificare i fattori di rischio che hanno soltanto una modesta specificità ed una relazione altamente variabile con lo sviluppo di malattia;
2) l’imaging può riclassificare soggetti con FRS intermedio o basso in soggetti a rischio elevato per i quali sarebbero raccomandati una terapia medica più aggressiva e target di colesterolo più bassi, modificando quindi sensibilmente i benefici;
3) l’identificazione basata sull’imaging dei soggetti a rischio elevato può migliorare la compliance e l’aderenza agli interventi di modificazione del rischio.
8. Le linee guida della task force SHAPE (Screening for Heart Attack Prevention and Education) raccomandano imaging non invasivo della patologia aterosclerotica di tutti gli uomini asintomatici (età 45-75 anni) e donne (età 55-75 anni), tranne quelli a rischio molto basso, per migliorare gli algoritmi di valutazione del rischio cardiovascolare convenzionali.
Utilizzando le linee guida SHAPE, tra il 35 ed il 48% dei soggetti viene posto in una classe di rischio più elevato, rendendoli eleggibili per terapia ipolipemizzante, e il numero necessario per riclassificare un soggetto come eleggibile (o non più eleggibile) a terapia ipolipemizzante quindi varierebbe da 4,1 a 7,8, a seconda della soglia di CCS utilizzata.
9. Gli studi hanno suggerito un buon costo-efficacia per le linee guida SHAPE, specialmente se calerà il costo rispetto a quello di 400 dollari utilizzato per le analisi e se la compliance è aumentata come si è visto negli studi osservazionali. Potrebbe verificarsi un piccolo incremento nel rischio a vita di cancro dall’esposizione mediana a radiazioni di 2,3mSv.
Ricordiamo che l'esposizione ambientale annua alle nostre latidutini e' di circa 3-5 mSv l'anno, e che ora, con le nuove apparecchiature si arriva a dosi di 1 mSv per la TC coronarica
10. Sebbene non siano disponibili studi randomizzati controllati prospettici per verificare l’efficacia della valutazione del rischio basata sull’imaging nel migliorare gli outcome clinici e tali studi andrebbero incoraggiati, l’ampia disponibilità di dati da studi di coorte osservazionali e longitudinali prospettici supporta l’uso selettivo della valutazione del rischio basata sull’imaging, specialmente nei gruppi identificati come a rischio intermedio dal FRS.
Prospettive: il nostro gruppo raccomanda fortemente di sottoporre a screening tutti i soggetti tranne quelli a rischio molto basso, come da linee guida SHAPE, e consideriamo lo screening anche per gli uomini più giovani e le donne con un basso colesterolo HDL o familiarità per malattia coronarica prematura.
Shah PK, Screening Asymptomatic Subjects for Subclinical Atherosclerosis: Can We, Does It Matter, and Should We?, J Am Coll Cardiol 2010;56:98-105
 20/07/2010 Most patients with CVD can fly safely, Most patients with CVD can fly safely, says British Society
Most people with cardiovascular disease who are not critically ill can safely fly on commercial aircraft, the British Cardiovascular Society has concluded in a new report [1]. The document includes "guidance-at-a-glance" and is aimed primarily at general practitioners, lead author Dr David Smith (Royal Devon and Exeter NHS Foundation Trust, Exeter, UK) told heartwire. It will also be "translated" into "even more straightforward" guidance for patients by the British Heart Foundation, he noted.
Smith said this guidance, the first ever from the British Cardiovascular Society, "tries to go through the detail. In general, we've tried to allow people to fly, unless there is a very good reason not to, whereas the way various other people have looked at this is to say, 'Who shall we restrict?' " Of the many existing guidelines on passenger fitness to fly, most include some reference to cardiovascular disorders, but many are contrary in their advice, particularly with reference to the time required between an event or medical procedure and the flight, he said. "In our view, they were not necessarily based on thinking about the underlying processes, and they often do not separate patients out into higher- and lower-risk categories."
A large proportion of the new document is devoted to looking at the underlying effects of the cabin environment and then seeing whether this is likely to produce a deleterious effect on somebody who has existing heart disease, Smith said. "We've tried to support all our recommendations with analysis of the underlying physiology and physics. The overwhelming conclusion is that the cabin environment poses a very little threat. It's not the flying that's the problem. What we try to emphasize is that it's the stability, or instability, of someone's underlying condition that indicates the probability of a spontaneous event occurring while they are in the air."
Minimal restrictions on flying for most with pacemakers, ICDs
Smith and colleagues explain that the main impact of air travel is the inhalation of air with reduced oxygen content in a pressurized environment, resulting in lower circulating oxygen levels in the blood, known as hypobaric hypoxia. Passengers already at high risk of angina, myocardial infarction, heart failure, or abnormal heart rhythms might be adversely affected by hypoxia, but the blood oxygen levels induced by flying "appear to have little or no adverse circulatory effects," certainly not for short- and medium-haul flights, they state.
The guidance-at-a-glance, which appears in the first two pages of the document, goes into detail about various cardiovascular conditions, and divides each into low, medium, and high risk, with accompanying lay explanations. It then goes on to give advice on flying for each level of that condition. For example, for post-STEMI and NSTEMI, those at low risk are advised that they can fly three days after their event, and those at medium risk can fly after 10 days. However, those at high risk—ejection fraction <40%, signs and symptoms of heart failure, and those awaiting further investigation, revascularization, or device therapy—are advised to "defer travel" until their condition is stable.
After uncomplicated elective PCI, the guidelines state that patients can fly "after two days." Likewise, patients with pacemakers implanted are advised they can fly after two days, unless they have suffered a pneumothorax, in which case they should wait until two weeks after it has fully healed. The same advice applies to those with ICDs, with the added recommendation that they should not fly after the ICD has delivered a shock until the condition is considered stable.
"We hope we've clarified a lot of things that people worry about. Cosmic rays, effects on their pacemakers, for example, have been addressed in some detail," Smith said. "People are concerned about their defibrillators, pacemakers, and stents . . . and we hope this will allay fears and give guidance as to what people should do if they are going to fly and they have underlying heart disease."
Venous thromboembolism risk low
There is also guidance for the avoidance of deep vein thrombosis (DVT) and venous thromboembolism; although a long-haul flight doubles the risk of DVT, it is similar to that incurred during car, bus, or train travel for a similar period, the doctors state. And the absolute risk of DVT for a fit and healthy person is one in 6000 for a flight of more than four hours, they note, pointing out that pilots are at no greater risk than the general population.
Even those at high risk—those who have already had a DVT, recent surgery lasting more than 30 minutes, known thrombophilia, or pregnancy, and those who are obese (BMI>30 kg/m2)—can still fly, provided they consume plenty of fluids, exclude caffeine and alcohol, wear compression stockings, and take a low-molecular-weight heparin, they say. Aspirin is not recommended.
1.Smith D, Toff W, Joy M, et al. Fitness to fly for passengers with cardiovascular disease. The report of a working group of the British Cardiovascular Society. Heart 2010; DOI:10.1136/hrt.2010.203091. Available at http://heart.bmj.com/.
Te Heart.org July 19, 2010  19/07/2010 Healthy weight, rather than fitness, most important for preventing high blood pressure
Dallas, TX - Individuals who have a healthy body weight are more likely than those who are physically fit to have lower blood pressure, according to the results of a new study [1]. In a comparison of fitness vs fatness, body mass index (BMI) was more important than cardiorespiratory fitness for predicting systolic blood pressure, report researchers.
"Our findings suggest that achieving normal-weight status should be the primary goal for hypertension prevention, and only modest levels of cardiorespiratory fitness are needed to obtain optimal blood pressure among individuals who are normal weight," write Dr Jennifer Chen (University of Texas Southwestern Medical Center, Dallas) and colleagues in the July issue of the American Heart Journal.
The results are from the Cooper Center Longitudinal Study, an analysis of 35 061 patients presenting to a clinic for a comprehensive medical examination between 1990 and present. The purpose of the study was to analyze the relative importance of BMI and cardiorespiratory fitness on systolic blood pressure. Studies have shown that exercise and cardiorespiratory fitness are associated with lower hypertension risk, including reductions in systolic blood pressure of 3 or 4 mm Hg with exercise training.
"A key unanswered question is whether hypertension prevention should be focused on weight control by any acceptable intervention, or whether cardiorespiratory fitness, independent of BMI, is a more important first target for prevention of hypertension," explain the researchers.
In this cohort, consisting mainly of white men (average age, 46 years), normal-weight individuals had a mean systolic blood pressure 12 mm Hg lower than obese individuals (115 vs 127 mm Hg, p<0.001). In contrast, individuals with high levels of fitness, those in the highest quartile, had a 6 mm Hg lower systolic blood pressure than those least fit (119 vs 125 mm Hg, p<0.001).
When assessing BMI and cardiorespiratory fitness concurrently, there was a significant increase in systolic blood pressure by BMI quartile for every level of fitness, including those with low and high levels of fitness. However, level of fitness was associated with blood pressure only in individuals with the lowest and highest BMI, not in women with BMIs of 21 to 27 kg/m2 or men with BMIs of 25 to 30 kg/m2 (BMI quartiles 2 and 3).
The researchers point out that obesity might be such an important determinant of hypertension that the benefits of other lifestyle factors are not obtained until individuals get down to a healthy weight. They also note that the beneficial effects of exercise on blood pressure are modest in obese subjects because of the "competing effects of obesity on vascular and metabolic pathways," including the effects on arterial compliance, sympathetic activity, insulin sensitivity, vascular resistance, and release of endothelium-derived nitric oxide.
Source
1. Chen J, Das S, Barlow CE, et al. Fitness, fatness, and systolic blood pressure: Data from the Cooper Center Longitudinal Study. Am Heart J 2010;160:166-170.
The Heart.org July 19, 2010
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